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Sfumature di scritture a confronto: autori e autrici nel fantasy

Esploriamo come il genere di chi scrive influenza la creazione di mondi fantasy, analizzando le differenze nella scelta dei protagonisti, nella struttura della trama e nell’evoluzione della magia. Un viaggio tra l’etica della conquista maschile e l’introspezione razionale femminile per capire come sguardi diversi trasformino il volto dell’avventura.

Parlare di differenze tra scrittori e scrittrici nel fantasy non significa voler mettere tutti sullo stesso piano, ma piuttosto riconoscere che esistono approcci diversi che rendono il genere più vario.


conan il barbaro

Di solito l’autore maschio vive il fantasy come una sfida di costruzione: sceglie quasi sempre un protagonista uomo per un riflesso naturale di immedesimazione, vedendo nel viaggio dell’eroe una sorta di rito di passaggio, dove la forza e il coraggio sono gli strumenti principali per sistemare un mondo che è andato in pezzi. C’è chiaramente un forte legame con l’idea della conquista e del potere fisico, ciò accade ad esempio nelle opere di Robert E. Howard: il suo Conan il Barbaro è l’esempio perfetto dell’individuo eccezionale che, attraverso la spada e una volontà d’acciaio, si fa strada con la forza per conquistare il suo ruolo nel mondo.

 

Dal lato opposto la scrittrice fantasy tende spesso a spostare l’attenzione dalla “spada” al “cuore”, ma non in senso sdolcinato: la narrazione preferisce i legami umani e le ripercussioni che derivano dagli eventi. Le protagoniste sono spesso femminili perché le autrici vogliono far loro esplorare mondi in cui una donna possa essere finalmente padrona del proprio destino, libera dai limiti che spesso la realtà quotidiana impone. In questi libri il conflitto non si risolve solo con la battaglia ma con la comprensione del nemico o la gestione di equilibri politici molto complessi. Un esempio emblematico è Ursula K. Le Guin, che nel ciclo di Earthsea, trasforma la magia da strumento di dominio a esercizio di equilibrio e responsabilità, dove solo scoprendo il nome profondo dell’altra persona si esercita un potere.

 

Anche il modo di scrivere cambia ritmo, nelle storie degli autori, la trama è spesso una linea retta che punta dritta verso lo scontro finale, un viaggio, una corsa verso l’obiettivo. Pensiamo a J.R.R. Tolkien: ne Il signore degli anelli il cammino dei protagonisti è sia geografico che morale, una missione precisa che deve culminare nel distruggere fisicamente l’oggetto simbolo del male per riportare l’ordine. Dall’altra parte, per le autrici, la struttura è più simile ad una ragnatela: ci si ferma ad esplorare come e quanto un determinato evento possa influenzare i rapporti tra i vari personaggi. È l’approccio di Robin Hobb nella saga dei Lungavista: qui la trama si espande in una fitta rete di traumi, debiti morali e legami familiari rendendo il destino del regno inseparabile dalla salute emotiva dei suoi protagonisti. 

 

Da una parte, quindi, abbiamo la voglia di “potenza”: il protagonista maschile viene visto come un individuo eccezionale, l’eroe che deve guidare gli altri, il leader indiscusso; dall’altra abbiamo la forza della resilienza e l’intreccio delle relazioni: la protagonista femminile è spesso molto intelligente e dinamica, una figura che cerca di proteggere ciò che ama, agendo per senso di responsabilità verso la sua gente.

 

È quasi il classico abbinamento braccio-mente: uno cerca di conquistare l’orizzonte, l’altra cerca di capire cosa serve per tenerlo insieme. 

 

La gestione del trauma

 

Un’ulteriore differenza fondamentale risiede nel valore che viene attribuito alla ferita.

 

Il trauma nella letteratura fantasy di stampo maschile viene spesso identificato e trattato come un “carburante”. La violenza è spesso vista come un atto risolutivo, un mezzo necessario per stabilire l’ordine: l’estetica del combattimento, il suono / rumore delle lame che si scontrano, il momento eroico in cui il protagonista supera il proprio limite fisico per abbattere l’avversario.  Pensiamo ai libri di David Gemmel (La saga dei Drenai) o a quelli di Joe Abercrombie (la trilogia della Prima Legge): la violenza è cruda, reale, fisica e sporca, ma rimane un elemento che definisce la tempra del guerriero, che spesso incassa ferite e porta cicatrici con orgoglio marziale, quasi fossero medaglie ricevute sul campo. Il dolore è la prova tangibile del suo valore e della sua sopravvivenza. 


earthsea

Da parte delle scrittrici l’attenzione si sposta dall’atto violento alle sue conseguenze a lungo termine, dove il trauma non è un trofeo ma una mutilazione dell’anima. Dopo che la spada viene rinfoderata inizia un processo di erosione psicologica che viene analizzato nei minimi dettagli, il trauma passa da “motore” per la vendetta a ferita aperta che circonda la protagonista - ne è un esempio il libro “La guerra dei papaveri” di R.F. Kuang. L’analisi di come la sofferenza di un singolo individuo colpisca l’intero gruppo, creando delle crepe emotive che rischiano di far perdere speranza nel futuro del mondo, possa diventare un trampolino per reagire e non soccombere al nemico. La violenza, quindi, lascia dietro di sé un senso di perdita irreparabile dove la vittoria finale spesso ha un retrogusto amaro visto che il prezzo emotivo pagato è stato molto alto.

 

Nemico, bersaglio e specchio

 

Questo approccio alla figura dell’antagonista conferma quanto analizzato finora cioè la divergenza tra la volontà di conquista e il bisogno di connessione.

 

In molti casi, l’antagonista rappresenta una minaccia esterna assoluta, un male supremo impossibile da scalfire con qualsiasi mezzo o arma. Sconfiggere un nemico di questo tipo, come accade con l’iconico Sauron ne Il Signore degli Anelli, significa riportare equilibrio e pace attraverso un atto di volontà e forza, rendendo il cattivo un elemento necessario per spronare l’eroe a crescere e potenziarsi abbastanza per poterlo sconfiggere. Sorge spontaneo chiedersi se non ci sia una connessione sociale, figlia di una silente virilità tossica, che spinge gli autori a ricercare esternamente una conferma di forza, potere, mascolinità proiettando il conflitto sempre verso l’esterno per evitare di guardarsi dentro. In questa visione il nemico deve essere abbattuto affinché l’eroe sia percepito come orgoglioso e degno.


naomi novik

Nel caso di prospettive opposte invece, subentra una sorta di empatia, un’analisi dei comportamenti che porta alla fine alla comprensione del perché gli atteggiamenti e le scelte di vita lo abbiano portato ad essere così cinico e spietato. In questo approccio il nemico è mosso da motivazioni umane, traumi passati o una logica altamente distorta ma comprensibile; possiamo trovare esempi che calzano a pennello nelle opere di V.E. Schwab o di Naomi Novik: lo scontro non è più una semplice “eliminazione” ma un confronto introspettivo, il nemico e il protagonista si trovano infatti a condividere gli stessi ragionamenti, anche se ognuno mosso da ragioni diverse, trasformando il duello finale in un dilemma morale che pesa tanto quanto uno scontro fisico. Forse questa tendenza nelle scrittrici a creare “mostri” in cui immedesimarsi nasce da un vissuto storico differente dove le donne, che per secoli hanno lottato per essere comprese, riversano nella scrittura il desiderio che persino l’oscurità più profonda meriti un’analisi, come se cercassero di dimostrare che persino il nemico può essere compreso, ragionando sulla speranza di accettazione anche per loro stesse, libere finalmente da pregiudizi e superficialità quotidiane.

 

In definitiva nessuna di queste diverse sensibilità è una categoria a sé stante. Esse sono anzi visioni che convivono e si intrecciano, arricchendo e diversificando il genere fantasy. È un bene che esistano entrambi I punti di vista: il fantasy diventa così un ponte metaforico che ci permette di scoprirci a vicenda. Mentre una visione ci insegna il valore della spinta verso l’esterno, l’altra ci invita a comprendere le radici profonde dei nostri legami. Avere accesso a entrambi gli sguardi ci aiuta a decodificare le nostre incomprensioni, mostrando che la forza e l’empatia sono facce della stessa medaglia necessaria a tenere insieme il mondo (o il regno).

 

Questo genere letterario continua a confermare che indipendentemente da chi impugna la penna (che sia donna, uomo, elfo, troll o drago), l’obiettivo resta costruire legami tra reale e immaginario per aiutarci a fare un lavoro introspettivo che ci legherà profondamente al protagonista e al mondo che lo circonda.

 

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