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Speciale Cinema: tre capolavori fantasma (o quasi) che il mercato Italiano ha ignorato

9 ore fa
Tempo di lettura: 7 min

Proponiamo una analisi di tre film internazionali di stampo autoriale, che sono indisponibili a causa di dinamiche distributive e un’Italia tagliata fuori dai target.

Italia e cinematografia sono due parole che si intersecano da decenni, soprattutto grazie al grandissimo apporto che il Belpaese ha dato alla Settima Arte, consegnando agli annali capolavori senza tempo diretti da cineasti che tutt’oggi rimangono indissolubilmente nell’immaginario collettivo.


Opere quali Roma Città Aperta (1945), Ladri di Biciclette (1948), La Dolce Vita (1960) ed il più recente Nuovo Cinema Paradiso (1988) hanno imposto lo status e la rilevanza internazionale del nostro cinema all’interno del dizionario del grande schermo. Nei tempi più recenti, però, le cose sono un po’ cambiate e, sebbene le nostre produzioni di punta risultino essere tendenzialmente molto meno autoriali, le grandi produzioni cinematografiche mondiali continuano a ritenerci un mercato cruciale sia per quanto concerne la distribuzione in sala, sia per quanto concerne la distribuzione fisico-digitale.


Anche se si tratta di capolavori però, a prescindere dal periodo storico, può capitare che alcune opere sorvolino il nostro Paese senza neanche degnarlo di uno sguardo. Certo, data la mole di produzioni di dubbio gusto che vengono, invece, rilasciate, viene quasi da pensare ad un grosso paradosso... eppure, anche dopo decenni, continua a mancarci il coraggio per portare opus magna che hanno, a loro modo, cambiato le regole del grande schermo.


Oggi ne vediamo tre, provenienti da diverse parti del mondo.

  

 

3. The Vanishing (Spoorloos) - 1988

di George Sluizer

🇳🇱/🇫🇷


Questo adattamento cinematografico del romanzo Het Gouden Ei di Tim Krabbè, “The Vanishing”, si concentra sul misterioso rapimento, in un autogrill, di Saskia, una ragazza in vacanza in Francia con il proprio compagno, Rex, che dedicherà in maniera ossessiva i successivi tre anni della sua vita alla ricerca della verità sulla scomparsa della compagna.

 

the vanishing 1988

Questo thriller, semplice ma geniale, è contraddistinto da un clima malsano e da atmosfere di pregevolissima fattura che permeano l’opera nella sua totalità ed ammaliano lo spettatore. Possiamo dividere l'opera in due parti: una prima, caratterizzata da spiccate venature di mistero ed una seconda dove emerge la caratterizzazione, di alto livello, dei personaggi. Ed è proprio qui che la pellicola fa centro, perché ci propone, in maniera eccellente, il confronto psicologico che si crea tra Rex ed il rapitore: un confronto quasi innaturale ma “leale” allo stesso tempo nel quale viene sfruttata a pieno la sete di verità di Rex, scaturita dal suo tormento interiore.

L’assenza di figure di supporto ai tre protagonisti, in questo film, gioca un ruolo fondamentale perché, di fatto, isolandoli completamente dal mondo esterno, contribuisce, in maniera significativa, all’accentuazione di atmosfera e di clima di cui parlavamo in precedenza.

Il finale, lapidario, non fa prigionieri e rimarrà nella testa degli spettatori per anni a venire.

 

The Vanishing, in un periodo storico imprecisato, è stato anche registrato con un titolo in Italiano: Il Mistero della Donna Scomparsa, il che è paradossale se pensiamo che in realtà non ha mai ricevuto un doppiaggio ufficiale. È però apparso, solo in maniera sporadica, su piattaforme quali MUBI ed Apple TV compreso di sottotitoli in Italiano.


Tra le altre cose, l’opera di Sluizer è stata protagonista di un vero e proprio rilancio negli ultimi anni grazie soprattutto ad una dichiarazione, rilasciata nel 2014 dallo stesso regista pochi mesi prima di morire,  nella quale venne reso noto che Stanley Kubrick lo contattò per comunicargli che il film in questione fosse il più terrificante che avesse mai visto.

 

Per tutti questi motivi, Spoorloos, è un titolo da recuperare, mentre c’è invece da stare lontani dall’omonimo remake Statunitense, The Vanishing, diretto dallo stesso regista ed uscito nel 1993 in Italia con il titolo “Scomparsa”, nonostante quest’ultimo vanti, a dispetto dell’opera originale, un doppiaggio nella nostra lingua.

 

2. Angst - 1983

di Gerald Kargl

🇦🇹 


Primo ed unico film diretto da Gerald Kargl, scritto insieme al direttore della fotografia e futuro regista di videoclip di una certa importanza, Zbigniew Rybczyński, l’opera tratta la storia di “K”, un soggetto affetto da schizofrenia che esce di prigione dopo dieci anni di reclusione per aver deliberatamente ucciso a sangue freddo un anziana signora mentre girava armato tra le vie della più rurale delle cittadine Austriache. Circa un paio di secondi dopo aver chiuso il cancello del penitenziario, la pianificazione di una nuova serie di terribili atti sembra farsi strada nella sua mente malata.

 

Come informazione preliminare, sottolineiamo che di questa pellicola esistono due versioni: una della durata di 79 minuti e l’altra della durata di 87. Questa analisi fa fede a quest’ultima versione. Essa, infatti, offre uno spaccato a trecentosessanta gradi sull'intera vicenda mostrandoci, anzitutto, l'omicidio brutale dell'anziana signora, e inserendo, subito dopo, una disamina di tipo giuridico fatta da una voce fuori campo, coadiuvata anche da gustose immagini “di repertorio". Queste delineano in maniera chiara, lo status legale ed alcune importanti note biografiche del protagonista. È una dicotomia molto interessante, poiché, mettendo il titolo un focus quasi totale sul punto di vista del killer, questa decina scarsa di minuti in più fornisce molti più punti di contatto sulla quale lo spettatore può ragionare.

 

angst

Importanza delle figure genitoriali, abusi fisici e psicologici, sadismo, perversione ed abbandono di soggetti fragili sono i temi-cardine di questo Angst, portati in scena in maniera del tutto inusuale, per il pubblico un po’ più viziato, ma non per questo meno efficace. Tolta qualche piccola sezione meno riuscita per via degli effetti speciali (per forza di cose data la produzione low budget), il punto di forza della pellicola è proprio la sua produzione artigianale.


Lo stile di regìa, infatti, è più unico che raro, la telecamera viene quasi sempre posta addosso al protagonista soprattutto durante le primissime fasi, per dare quella sensazione di tragedia incombente, ma non solo. Molto del girato, prevalentemente “a mano”, è stato fatto, anche in movimento, fronte soggetto, tecnica che poche volte nella storia abbiamo avuto il piacere di vedere, ma che rappresenta una soluzione estetica molto efficace ed immersiva perché, di fatto, il protagonista sa cos’ha davanti, ma lo spettatore no.


Anche il reparto fotografia ha compiuto un ottimo lavoro, proponendo: toni freddi e glaciali per accentuare le azioni del killer; chiaro/scuri niente male negli interni per esaltare alcune simmetrie; svuotamento di colore in altri punti come a voler restituire un immagine tendente il più possibile all’iperealismo.

 

Erwin Leder, nel suo primo ed unico ruolo da protagonista (una sola parte antecedente ad Angst, e qualche comparsata dopo) offre una performance di altissimo profilo interpretando il ruolo alla perfezione, forse anche con una punta di eccessiva teatralità in un paio di occasioni, ma mai fuori luogo. Non avendo praticamente quasi più lavorato dopo questa chicca, la sua carriera rimane relegata per sempre a volto cult del cinema di genere.

 

La colonna sonora, memorabile, è firmata da Klaus Schulze, uno dei pionieri della musica elettronica che, in questo contesto, accompagna il killer accentuando un atmosfera già degna di nota.


Sicuramente tra i migliori film mai girati con uno schizofrenico come protagonista.

  

1. Taipei Story (青梅竹馬) - 1985

di Edward Yang

🇹🇼

 

Personaggi intrappolati all’interno di una città, Taipei, che sta radicalmente cambiando. Questa, è la trama del capolavoro di Edward Yang che, da queste esili premesse, tira fuori un racconto senza tempo, indiscutibilmente capace di abbracciare più generazioni facendo leva sui corsi e ricorsi storici che coinvolgono l’essere umano dall’alba dei tempi.


Scritto insieme a Hou Hsiao-hsien, tra le altre cose anche co-protagonista della pellicola, il titolo coinvolge una serie di personaggi che, con pochissime linee di dialogo, si esprimono al loro meglio.


taipei story

Tra chi approfitta di una pausa dal lavoro per cercare di organizzare la propria vita in maniera chiara, decisa e lungimirante; chi continua a vivere in un passato fatto di baseball e vecchi amici, e genitori che nascondono retaggi non tra i più rosei, il pool dei protagonisti si presenta piuttosto malinconico e permeato da una pesante vena di nostalgia che funge da rifugio per l’anima di alcuni di essi.


Sullo sfondo, ovviamente, c’è Taipei, capitale nel mezzo del cambiamento. I racconti su questa città e le differenze con quella del passato ci pervengono dai ricordi degli stessi personaggi. Dalle costruzioni erette in maniera coerente e non soffocante del passato ai palazzi odierni, imponenti e luccicosi; dai rari mezzi di locomozione, al tempo lusso per pochi, al traffico ingestibile; dai negozietti e botteghe locali al capitalismo sfrenato; dal baseball come trait d’union a sport che affascina pochi, i protagonisti rispondono a questi mutamenti con la malinconia.


Essi, si muovono in scorci di buio e luci soffuse. Le relazioni, amorose o amichevoli, sono superficiali e questo favorisce la creazione di vuoti tra le persone rendendo i legami abbastanza pessimistici. Lo scorrere del tempo è dato visivamente dalle festività o da un anonimo calendario spesso posizionato dietro ad una riflessione od a un litigio casalingo. In un opera dove anche la noia è spesso protagonista, le sigarette sono uno status symbol e riempiono gli spazi destinati alle relazioni sincere e/o al tempo di qualità.

 

A livello tecnico c’è poco da dire,: la regìa di Edward Yang è semplicemente fuori concorso, e, grazie anche ad un utilizzo delle geometrie spaventoso, il cineasta Taiwanese ci restituisce delle inquadrature che rimarranno per sempre scolpite nell’immortalità e nelle menti di chi ha il coraggio di bypassare il lento ritmo delle due ore proposte da quest’opera, per approcciarsi ad un cinema diverso, un cinema che comunica con silenzi, sguardi ed estetica.

 

Imprescindibile per gli amanti del cinema d’autore e della nostalgia, oltreché per gli appassionati di cambiamento sociale in proporzione ad un mondo in costante mutamento che lascia dietro solo dei ricordi di quello che fu.

 

taipei story

Nonostante non ci siamo ancora meritati un'edizione come si deve per questi tre capolavori, la storia ci insegna che non tutto è perduto. Moltissime opere, infatti, ci sono giunte anche dopo svariati decenni di attesa e non è detto, che, nell’era delle start-up e del crowdfunding, nessuno si prenderà mai la briga di una distribuzione di qualità.


Rimanendo con questa speranza, sottolineiamo che le uniche edizioni reperibili, attualmente ci pervengono dall’estero, dove si possono approvvigionare, al massimo in lingua originale con i sottotitoli in Inglese.

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