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Recensione: RESIDENT EVIL - fuggire dalla morte… o dalla vita?

3 ore fa
Tempo di lettura: 9 min

Resident Evil ci prova ancora, ancora ed ancora. Un nuovo reboot cinematografico prova a salvare una complessa storia sul grande schermo, proponendo un nuovo punto di vista. È un esperimento interessante, e di esperimenti, si sa, Resident Evil se ne intende.

C’è un motivo se i videogiocatori accolgono l’annuncio di adattamenti televisivi e cinematografici con scetticismo, se non con ostilità: decenni di prodotti confusi, incerti o lontani dal materiale di base hanno segnato il pubblico, lasciando ferite aperte, che rendono difficile concedere fiducia. Resident Evil, in particolare, è stato spesso vittima di tentativi di portare l’iconica serie survival horror di CAPCOM su uno schermo che non richiedesse l’utilizzo del pad, e il risultato, diciamocelo, non è mai stato soddisfacente. Se questa saga è stata pioniera del genere, creandone in maniera rivoluzionaria una specifica sottocategoria nell’ambito dei videogiochi, perché fatica così tanto ad offrire quello stesso livello di qualità quando non siamo noi a controllare i personaggi principali della vicenda? I motivi possono essere tanti ed è difficile che siano gli stessi per tutti gli adattamenti. 


Il 17 settembre, tuttavia, Zach Cregger (Barbarian, Weapons), autoproclamato fan della serie, ha proposto nelle sale un nuovo adattamento, Resident Evil, che tenta di stravolgere quelle che sono state le precedenti premesse. 


Abbiamo visto il film, non solo da spettatori, ma anche da videogiocatori appassionati della serie, e abbiamo trovato questo esperimento molto interessante.


Un NPC che fugge costantemente...


Protagonista della storia che questo film vuole raccontare nella notte di terrore di Raccoon City è Bryan Hodukavich, un corriere medico che viene incaricato di una consegna notturna classificata come prioritaria al Raccoon City Hospital. Ignaro del contenuto della stessa, Bryan mette in moto la sua auto senza catene lungo le montuose ed innevate strade che portano alla città, nonostante il suo turno sia finito poiché la paga per le consegne fuori dal territorio urbano di partenza è doppia. Bryan si ritrova presto in un incubo senza fine che comincia - un gran classico - quando investe una strana donna che sparisce subito dopo, misteriosamente, dal punto di impatto. Comincia da quel momento una escalation che lo conduce dalle buie e poco popolate strade di montagna fino al centro della città e, come ben sappiamo, nel caso di epidemie misteriose che modificano il DNA trasformando gli umani in biomostruosità, dove ci sono più abitanti, ci sono solo più orrori. 


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Ma è davvero la doppia paga a spingere Bryan verso questa consegna di massima priorità? È il buon cuore che muove le sue azioni? O c’è un’altra fuga sotto la fuga, qualcosa che lo spaventa al punto da sembrare il più terrificante dei mostri, prima che si renda conto della reale minaccia?


Il nostro protagonista poco avvezzo alle armi, poco pratico, poco atletico, spiritoso soltanto in mondi poco creativi sa invece tanto di NPC. La sua più totale mancanza di talenti o buon senso riflette quella di un personaggio la cui registrazione o nota troveremmo in Resident Evil mentre muoviamo uno dei protagonisti. Affermare che ci sia un cast di personaggi oltre Bryan in questo film, però, sarebbe davvero un’esagerazione: tutti i personaggi al di fuori del protagonista sono mere comparse, apparizioni, non sempre ben recitate. Non sappiamo se questa sia una scelta intenzionale, volta a rendere il senso di solitudine in una epidemia mortale più evidente, ma i fan della serie sanno che ciò è possibile anche con un buon – spesso ottimo – set di personaggi di supporto, e non digeriranno facilmente questa scelta.


Insomma, questo film ha deciso di raccontare non la storia di un eroe inarrestabile che di fronte alla necessità di sopravvivere mette in bella mostra le proprie abilità, ma quella di un normale uomo in fuga (molto ben interpretato da Austin Abrams, costretto a portare la recitazione sulle spalle in solitaria). 


E l’uomo normale non ha mica paura dei mostri.


… ma da cosa?


Sotto questa trasparente trama, si nasconde una narrativa più personale e meno fantascientifica. Il viaggio di Bryan comincia con una telefonata in macchina alla sua compagna, Michelle, in cui i due discutono ciò che realmente lo spaventa: la gravidanza inattesa di Michelle e l’idea di diventare padre. In questo modo si costruisce una struttura del racconto più articolata, in cui simboli e persino i nemici abbattuti dal protagonista nel corso della durata del film, fanno simbolicamente parte dello schema famiglia, rappresentato in maniera sintetica da un adesivo sul vetro di una automobile. Durante Resident Evil, Bryan fugge da un incubo all’altro: più della paga doppia, è infatti forse l’ansia stessa di essere padre e sapere che a casa lo aspetta questa conversazione con la compagna sul futuro della gravidanza a spingerlo ad accettare la consegna. 


Ma quando Bryan si ritrova coinvolto negli oscuri orrori che la Umbrella Corporation (troppo poco mostrata nel film, un punto su cui torneremo a breve) ha generato, quella paura, man mano che procede, comincia a sembrare sempre più insignificante. A quali conclusioni questo percorso lo porti e quali siano le forti immagini che il film utilizza per suggerire una riflessione, lasciamo che siano gli spettatori a valutarlo, per non cadere in spoiler che potrebbero rovinare la visione. 



Tuttavia, va sottolineato che, per coloro che riescono a cogliere un messaggio, la sottotrama del film arriva bene, nonostante venga esplicitamente citata in pochissime occasioni e, piuttosto, mostrata attraverso la messa in scena e il simbolismo. Fare il conto con le conseguenze si prende il suo spazio rumorosamente nei temi del film, in particolare alla luce del fatto che la pellicola si presenta con un protagonista che parte alla fuga dalle stesse.


Resident Evil non è mai gridato, ma neanche mai più di un sussurro 


Una delle prime domande che ci siamo chiesti prima del film è certamente: quanto Resident Evil c’è davvero in questo film? La risposta è in una zona grigia. Sicuramente, alla base di questa produzione c’è una piacevole consapevolezza dei videogiochi, che non si limita all’ambientazione e l’evento cuore, ma che strizza l’occhio ai conoscitori della serie con numerosi easter egg e riferimenti. Mentre i precedenti adattamenti hanno spesso favorito la componente action del survival horror, penalizzando le fasi enigmistiche della saga, questo film non diventa mai completamente d’azione, anche banalmente con dei piccoli riferimenti semi-comici, come gli indistruttibili lucchetti che fermano Bryan e cercano di costringerlo a riflettere, e una gestione improvvisata ‘dell’inventario’. Bryan è un giovane uomo in fuga dalla morte e della vita, che sta cercando di fare il suo lavoro, e non è equipaggiato per trasformare la pellicola in un action. In questo modo, si recupera la componente esplorativa e d’indagine di Resident Evil che, per quanto superficiale e non paragonabile al gioco, è più apprezzata sicuramente di un thriller d’azione con zombie.


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Neanche Bryan riesce a sfuggire alla maledizione di Resident Evil di dover passare per le fogne

Nonostante questo, sono molte di più le strizzate d’occhio al videogiocatore, che non le reali informazioni condivise esplicitamente sull’universo di Resident Evil nell’ora e mezzo circa di film. Il mondo che conosciamo bene si limita a superficiali citazioni, senza mai puntare una luce degna su elementi come l’Umbrella Corporation, nominata in una sola occasione, o il virus stesso. La causa dell’epidemia stessa viene celermente congedata, non spiegando mai agli spettatori (soprattutto a quelli che magari non conoscono gli eventi di Raccoon City grazie ai videogiochi) come si sia diffusa davvero nel dettaglio. Anzi, potremmo quasi affermare che nessuna componente del virus ci è chiara: ci sono elementi propri del T-Virus e G-Virus, ravvisabili soprattutto nelle battute finali, ma anche qualche richiamo a Las Plagas da Resident Evil 4 e l’assembramento di corpi dell’Uroboro, il serpente infinito, da Resident Evil 5. Nessuna chiarezza è fatta neanche sul motivo per cui gli infetti stiano così strettamente alle calcagne di Bryan: potrebbe essere perché il virus cerchi di espandersi, predando sull’unico non infetto, così come potrebbe essere per ciò che Bryan trasporta. Sono punti di domanda che mantengono l’interesse dello spettatore vivo durante la visione, ma che forse avrebbero dovuto trovare una risposta definitiva almeno entro la fine del film. Questa, infatti, ci è parsa poco delucidante e troppo sbrigativa.


Un buon ritmo che si spezza sul finale


Per buona parte del film, Resident Evil riesce a mantenere un buon ritmo, alternando jumpscare che sanno stupire nella forma anche quando prevedibili nel momento, proponendo creature interessanti a intervalli regolari così da diversificare la reazione di orrore e ansia dello spettatore, suggerendo riflessioni che vanno oltre la trama di tanto in tanto, per ricordarci che questa non è solo una storia dell’orrore. Anche l’umorismo ripetitivo e la richiesta di sospensione dell’incredulità tipica dell’horror, vengono ben bilanciati dal modo in cui gli eventi sono messi in scena. Poiché Bryan non è un Leon S. Kennedy né una Jill Valentine, la tensione è sempre percettibile e la sua sicurezza è costantemente messa in discussione dalla sua permanenza stessa a Raccoon City, una città che, come sappiamo, è destinata a cessare la sua esistenza in un modo o nell’altro. Peccato che questa ottima distribuzione dei tempi per i primi due atti del film, si perda decisamente sul finale. Lungi da noi parlare degli eventi nella fase conclusiva del film, per preservare coloro che non lo hanno ancora visto, ma qualche parola su quanto essa sia sbrigativa è necessaria.


Gli eventi conclusivi hanno un buon valore, e anche la messa in scena delle ultime battute ben serve la narrativa, ma il modo in cui ci si arriva nel terzo atto è anticlimatico e improvviso, considerando che sarebbe stata possibile una migliore distribuzione di questo specifico crescendo all’interno del film. 


Ciò non lede che, per la maggior parte della pellicola, Resident Evil si lascia guardare piacevolmente e mantiene l’attenzione dello spettatore viva, pur non sfociando mai – come è tipico anche della serie – nell’horror più puro e disarmante.


La paura nasce dalla messa in scena


Nonostante non possiamo parlare di scene che ci abbiano realmente messo paura o semplice orrore, sicuramente una nota di merito va fatta sia a scenografia e fotografia, che hanno saputo proporre una visione e delle inquadrature suggestive in quasi ogni istante del film, sia agli effetti speciali. La sensazione di Bryan solo contro un mondo infetto è più spesso data da una saccente immagine piuttosto che da una banale narrazione. Non c’è un punto nel film in cui le creature, note o meno dalla serie, diano una sensazione spiacevole di finto, di quelle che fanno quasi sorridere durante un film horror, ed anzi, sono spesso belle da vedere e richiamano quelli che sono i gusti estetici di diversi videogiochi della serie, offrendo un’immagine complessiva che è apprezzata e familiare. Di contro, senza troppe spiegazioni fornite ai non videogiocatori, c’è la possibilità che alcune di queste creature risultino bizzarre ed immotivate, un problema che può sorgere quando si è troppo esitanti per paura di vedere la propria creazione perdere valore perché troppo assorbita dal brand.


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È Resident Evil… finché non lo è


Di tutti i live action che sono nati dalla serie di videogiochi, questo prodotto è probabilmente quello più convincente. Si equilibrano sapientemente una buona conoscenza di ciò che rende la serie così amata e la volontà di raccontare una storia che non solo sia diversa, ma abbia una propria disavventura personale ordinaria, offrendo un confronto costante tra l’incubo Biohazard e vita quotidiana, che spesso viene ignorato perfino nei videogiochi. Rispetto ai predecessori, quindi, Resident Evil ha qualcosa da dire che non sia una banale riproduzione, e riesce ad inserirlo in questo universo, senza scalfirlo in alcun modo, presentandosi come un plausibile episodio spin-off per chi vorrà guardarlo con questi occhi.


Certo, il mondo di Resident Evil si sarebbe potuto coinvolgere in maniera più esplicita e longeva, soprattutto per chi non ha conoscenza della serie, è semplicemente andato al cinema e non avrà, probabilmente, una sola risposta alle domande sulla crisi di Raccoon City. C’è una timidezza nel collegarsi agli eventi principali, forse dettata da una ingiustificata paura di essere declassati a ‘film sul videogioco’, che finisce col ledere il film, che avrebbe potuto fare anche molti di meglio se avesse creduto di più nella propria identità pur essendo più esplicito. 


Al netto di questo, resta un film piacevole per i fan, che vi troveranno un punto di vista fresco su di un piatto ormai consumato decine di volte - come è la notte di Raccoon City. Probabilmente chi ha meno conoscenza della serie, però, vi resterà più indifferente e sarà, per pura colpa del film, incapace di comprendere alcune delle cose che cerca di dire e alcuni dei contesti.


PRO

CONTRO

  • Un nuovo punto di vista su eventi già noti, di un uomo qualunque, con normali paure 

  • Un sottotema che fa da cornice alla trama e tenta di spingere ad una riflessione che vada oltre la trama di sopravvivenza all’orrore

  • Scenografia, fotografia ed effetti speciali gradevoli alla vista, che non rompono l’orrore con ilarità

  • Piacevoli strizzate d’occhio ai videogiocatori, con easter egg e riferimenti…

  • Un buon ritmo, con eventi che non annoiano mai…

  • Cast principale o secondario non pervenuto al di fuori del protagonista

  • … ma troppa paura di osare con i chiarimenti espliciti e gli elementi canonici di Resident Evil

  • … purtroppo un po’ perso sul finale, che avrebbe giovato di qualche minuto in più


Resident Evil è un piacevole omaggio alla serie che non sente la necessità di adattare personaggi ed eventi che al cinema non si prestano affatto. Attraverso la scaltra scelta di narrare la storia dell’uomo qualunque a Raccoon City, Zach Cregger ha fatto funzionare la narrativa, sostenendola anche su una tematica che con l’orrore scientifico non ha nulla a che vedere, ma che trova il suo cuore in una paura moderna condivisa: la vita adulta e la responsabilità di una nascente famiglia. Con una buona scenografia ed effetti speciali, un piacevole ritmo se escludiamo le battute finali, ed un ottimo Austin Abrams, purtroppo orfano di un qualsiasi cast di supporto, abbiamo finalmente una pellicola sulla serie che sia apprezzabile, anche al netto del rischio di essere poco chiari nello spiegare le vicende esplicitamente ai non giocatori, forse per paura di essere assorbiti troppo dal brand e, per questo, svalutati. Questa paura, a parere nostro, è infondata: con un briciolo di coraggio di affrontare più di petto l’enorme eredità della serie, il film avrebbe avuto un impatto ancora migliore.


Voto finale: 7.8/10

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