Da videogioco a film: qual è la giusta direzione per le trasposizioni?
- Katia Makenna Campagnaro

- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 6 min
L’articolo analizza le sfide e le opportunità del passaggio da controller al grande schermo, evidenziando come il successo dipenda dalla capacità di adattare i ritmi e la profondità dell’esperienza videoludica originale.
Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una vera e propria invasione: i videogiochi hanno rotto i confini delle console per conquistare il cinema e la televisione. Titoli come The Last of Us, Fallout e Arcane non fanno parte delle eccezioni ma danno inizio ad un trend che vedrà protagoniste le grandi saghe come God of War e Horizon.
Ma perché sentiamo il bisogno di consumare la stessa storia in formati diversi?
Il desiderio nasce dalla voglia di vivere quei mondi senza la fatica del gameplay, godendosi una narrazione “comoda” e messa in scena grazie a budget stellari, che spesso supera i limiti tecnici dell’hardware. Trasformare un videogioco in un film, però, non è semplice come sembra. Si tratta di cambiare completamente il modo in cui viviamo una storia: da protagonisti che scelgono cosa fare a spettatori che guardano le scene di qualcun altro. Mentre il videogioco vive di esplorazioni e ritmi tranquilli, il cinema e la TV devono eliminare i tempi morti, trasformando il gioco in un racconto emozionante che funziona anche senza il controller.
I vantaggi: vedere una storia sotto una nuova luce
Il primo grande pro di questa trasformazione è la pulizia narrativa. Un gioco come The Last of Us o God of War dura decine di ore, molte delle quali passate a raccogliere oggetti o affrontare nemici secondari. Un film o una serie hanno il compito di potare i rami secchi mantenendo pulita la trama principale e le emozioni che trasmette, permettendo di concentrarsi su dialoghi e sulla crescita dei personaggi, rendendo la storia più scorrevole e meno frammentata.
Il secondo è la visualizzazione dei mondi: in un videogioco spesso la grafica deve scendere a compromessi con la potenza delle console / pc, mentre al cinema grazie ad un’economia maggiore, quegli stessi mondi possono diventare incredibilmente realistici. Vedere una città come Rapture di Bioshock o le terre di Azeroth in Warcraft ricostruite con una fotografia cinematografica, dà una profondità che il gameplay potrebbe non riuscire a trasmettere.

Con la serie Arcane (tratta da League of Legends) si è riusciti ad ottenere un effetto non grafico ma narrativo eccezionale: il gioco, in maniera molto riassuntiva, è frenetico e consiste nello scegliere un personaggio e combattere in un’arena. Gli autori di Arcane hanno capito che non dovevano replicare l’esperienza di gioco; hanno infatti preso in prestito l’universo e i personaggi, e creato da zero trama e dialoghi. È la prova che il segreto non è adattare il gioco, ma adattare il mondo di gioco, riscrivendolo come se fosse un’opera originale.
Terzo grande vantaggio è l’interpretazione degli attori in carne e ossa, che possono offrire una rilettura del personaggio, aggiungendo sfumature emotive o dimostrarsi vulnerabili. È importante però fare una distinzione: questo non toglie nulla agli interpreti originali dei videogiochi. Infatti, al giorno d’oggi, grazie al Motion Capture e ai doppiaggi, gli attori del gioco sono a tutti gli effetti i personaggi. Lo abbiamo visto in casi come Baldur’s Gate 3 e Clair Obscur: Expedition 33, dove il legame tra giocatore e interprete è così profondo che il pubblico fatica ad accettare un volto diverso in un eventuale film o serie. Il pregio di un adattamento non è migliorare la recitazione ma offrire un punto di vista diverso: vedere un attore fisico reagire in un set reale permette di esplorare l’umanità del protagonista sotto una luce differente, senza sostituire l’identità creata dagli artisti originali.
Gli ostacoli: quando manca il tocco del giocatore
Il problema più grande è che, togliendo il comando al giocatore, si rischia di rompere la magia. In un gioco ci sentiamo coinvolti perché siamo noi a correre il rischio, mentre al cinema diventiamo dei meri osservatori. Se il regista non è bravo, l’azione può sembrare finta o noiosa perché non siamo noi a controllarla. Molti film del passato hanno fallito perché hanno cercato di imitare troppo il gioco, dimenticando che il cinema ha bisogno di ritmi diversi e dialoghi più curati per funzionare davvero.

Ma cosa mancava a questi prodotti? Mancava l’anima. Questi si sono limitati a copiare la copertina senza tradurre l’esperienza emotiva. Prendiamo come esempio il caso di Doom (2005): inserire una sequenza in prima persona è un bell’omaggio, ma se il resto del film è un generico horror d’azione, lo spettatore scollega il cervello. Lo stesso vale per Street Fighter (1994), in cui vennero inseriti decine di personaggi in un’unica pellicola solo per compiacere il pubblico; o ancora Hitman (2007) dove il silenzio del protagonista - che nel gioco serve a creare tensione - al cinema diventava semplice monotonia.
Un caso emblematico è la saga cinematografica di Resident Evil. Nonostante il successo iniziale, i film sono diventati col tempo tutti uguali: una carrellata infinita di scene d’azione e mostri iconici buttati nella mischia, finendo per stancare anche i fan più accaniti e trasformando l’orrore in una routine prevedibile.
Dal grande schermo alla serie TV: spezzare la maledizione
Il passaggio da Film a serie TV è la vera svolta che ha spezzato la maledizione dei videogiochi al cinema. Un videogioco base dura qualche decina di ore, mentre un film deve racchiudere tutto in circa 120 minuti. Ecco i motivi principali per cui la serie TV vince quasi sempre come adattamento:
Rispetto dei tempi del giocatore: In un videogioco, il legame con il protagonista nasce dalla convivenza, passando giorni e giorni nei suoi panni. Un film di un paio d’ore deve correre, mostrando mesi di avventure in pochi attimi d’azione; la serie TV invece può permettersi il lusso della lentezza. Ad esempio, in The Last of Us ci sono alcuni episodi dedicati ai personaggi secondari, questo ricalca l’esperienza del giocatore che non sta sempre combattendo ma esplora il mondo e vive i suoi ritmi.
La struttura a missioni: i videogiochi sono divisi in capitoli, aree o missioni e questa struttura si sposa perfettamente con il format a episodi. Questo permette di approfondire la lore (la storia del mondo di gioco), le informazioni vengono date un po’ alla volta proprio come succede mentre giochi.
La crescita dei personaggi: Le serie TV hanno lo spazio necessario per mostrare l’evoluzione dei personaggi in modo credibile. Un personaggio può permettersi di prendere anche decisioni sbagliate o stringere amicizie che non sembrano affrettate; in un film, spesso, l’amicizia tra due personaggi sembra sbocciare dal nulla solo perché la trama lo richiede.
Il fattore economico: Produrre una serie TV permette di mantenere vivo l’interesse del pubblico per la durata delle stagioni (rewatch compresi), mentre un film solo per il weekend di uscita al cinema. Per le aziende videoludiche, una serie può essere un modo per tenere i giocatori (e i nuovi spettatori) incollati al loro universo per molto più tempo, spingendoli ad acquistare il gioco tra un episodio e l’altro.

Di contro, riguardo alle serie TV, potremmo parlare dell’effetto filler (effetto riempitivo): alcune volte, per arrivare a 8 o 10 episodi e rispettare dunque un format prestabilito, gli sceneggiatori aggiungono sotto-trame inutili che non c’erano nel gioco originale, rischiando di annoiare chi vorrebbe arrivare dritto al punto e infastidire i fan.
In sintesi, la Serie TV è il format che più si avvicina alla complessità di un videogioco moderno, lasciando al film il compito di gestire titoli più immediati e d’azione (ad esempio Sonic).
La ricerca di un equilibrio
Arrivati a questo punto è chiaro che non siamo più nell’epoca dei “cloni” o dei tentativi di sfruttare un marchio famoso. Il cinema e il videogioco non sono più mondi separati ma due linguaggi che hanno imparato a dialogare e ad influenzarsi. Se l’adattamento era visto come un “tradimento” necessario per arrivare al grande pubblico, oggi è diventato un’opportunità per espandere le realtà che amiamo, esplorando sfumature caratteriali che il gameplay costringe a tralasciare. Da un lato abbiamo i pro: la possibilità di dare profondità emotiva ai protagonisti, di realizzare mondi visivamente mozzafiato e di mostrare storie meravigliose a chi non ha mai toccato un controller. Dall’altro i contro: il rischio di perdere quel coinvolgimento unico che l’immedesimarsi direttamente nel personaggio può dare.

Abbiamo già visto risultati straordinari: la seconda stagione di Arcane ha confermato come l’animazione possa superare il materiale di partenza per profondità artistica, mentre le stagioni più recenti di The Last of Us e Fallout hanno dimostrato che è possibile restare fedeli allo spirito del gioco. C’è grande attesa per la serie di God of War su PrimeVideo, che promette di portare su schermo la maestosità della mitologia norrena; per il progetto cinematografico di Ghost of Tsushima affidato a Chad Stahelski, regista di John Wick; senza dimenticare le voci su Horizon, che potrebbe espandere ulteriormente il confine tra uomo e macchina, e l'annuncio della serie di Baldur's Gate 3 su HBO.
Smettendo di cercare di imitare gameplay e iniziando a curare dialoghi, ritmo e coerenza, il cinema e la TV hanno finalmente trovato la chiave giusta: si tratta semplicemente di saper tradurre un’emozione da un personaggio all’altro.
Speriamo di vedere sempre meno “film tratti da” e più grandi storie che sanno brillare di luce propria, sia che le giochiamo con un controller, sia che le guardiamo comodamente dal divano.






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