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Recensione - Peaky Blinders: The Immortal Man, la giusta chiusura di una storia

Peaky Blinders: The Immortal Man è un film cupo, violento e profondamente umano. È il film conclusivo della famosa serie creata da Steven Knight che tenta di dare un epilogo definitivo alla storia di Tommy Shelby e la sua famiglia.

Sono passati ben tredici anni dall’uscita della prima stagione di Peaky Blinders e il 20 marzo di quest’anno è arrivato il film conclusivo, The Immortal Man. La serie è stata creata da Steven Knight e negli anni è diventata fenomeno globale, raccontando l’ascesa della famiglia Shelby e soprattutto di Tommy Shelby nella Birmingham del primo dopoguerra attraverso una miscela di gangster drama, intrighi politici e conflitti familiari. Il carisma del protagonista interpretato da Cillian Murphy, (attore premio Oscar per la sua interpretazione in Oppenheimer di Christopher Nolan), lo stile visivo e colonna sonora iconici hanno reso la serie uno dei prodotti televisivi più influenti dell’ultimo decennio.


the immortal man peaky blinders

Il film chiude definitivamente la saga della famiglia Shelby raccontando il confronto tra un Tommy ormai ritirato e il figlio Duke, nuovo e spietato leader dei Peaky Blinders. Tra tensioni familiari, guerre segrete e intrighi politici, l’opera si propone come l’epilogo definitivo della storia.


La trama: il "regno decadente" dei Peaky Blinders


Ambientato nel 1940 con Mosley e la sua compagnia ormai fuorigioco per via della Defence Regulation 18B, il film ha luogo nel contesto in cui la Germania utilizza una strategia economica per inginocchiare l’Inghilterra, l’Operazione Bernhard, ossia la più grande operazione di contraffazione di banconote della storia, messa in moto per inflazionare il mercato inglese.


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È in questo contesto storico e politico che ritroviamo i protagonisti del film: Ada Shelby (Sophie Rundle) che fa la parlamentare, Erasmus “Duke” Shelby (Barry Keoghan) che controlla in modo spietato il “regno” decadente dei Peaky Blinders, mentre il padre Tommy Shelby (Cillian Murphy) si è ritirato a vita privata a scrivere un libro sulla propria vita, circondato da spettri del passato.


A loro si aggiungono nuovi personaggi, il nuovo cattivo John Beckett (Tim Roth) simpatizzante assoldato dalla Germania nazista e Kaulo (Rebecca Ferguson), zia di Duke.


Da questi presupposti inizia un film che potremmo dividere in tre parti.


I due Re di Birmingham


Il cuore pulsante del film è composto dal rapporto Padre e figlio complicato e teso tra Tommy e Duke. Ad un occhio inattento il film potrebbe sembrare quasi centrato esclusivamente sulla chiusura del ciclo di Tommy, ed in parte lo è e ciò è anticipato anche dal titolo, ma in realtà è la diade a reggere tutta la parte emotiva del film. Da una parte ci troviamo il vecchio Re ritirato a vita privata, svuotato di tutto, senza alcuna speranza e circondato letteralmente dagli spettri del passato. Dall’altra parte abbiamo Duke, il nuovo giovane Re che controlla i Peaky Blinders tentando quasi disperatamente di uscire dall’ombra del padre comportandosi in modo opposto. Dove Tommy aiutava la propria gente e la propria città, Duke sparge violenza, odio e deruba.


È molto interessante notare come, al ritorno in città di Tommy, la gente che lo vede attraversare a cavallo la città gli vada incontro, lo acclami come un eroe del popolo, in completa opposizione col modo in cui guarda Duke con odio e paura. Padre e figlio sono due facce di una stessa moneta, metafora che nel film viene mostrata spesso. Superfluo dire che i due attori Cillian Murphy e Barry Keoghan hanno fatto un lavoro magistrale nella trasposizione di due personaggi molto complessi.


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Naturalmente anche gli altri personaggi quali Ada, Beckett o Kaulo giocano un ruolo di vasta importanza nella trama. Nonostante questi ultimi due vengano introdotti senza tante cerimonie o chissà quali background, il pubblico di Peaky Bliders è ben conscio di cosa rappresentano i personaggi e ulteriori sottotesti sarebbero potuti risultare tediosi. Nel film abbiamo invece, poche sottotrame ma ben scritte, ben strutturate e approfondite per creare un degno capitolo conclusivo per una serie che con storie semplici ha fatto della profondità di scrittura il proprio marchio.


Tecnica, estetica e colonna sonora


Il film si propone fin dall’inizio come magnifico da guardare. È diretto, sporco, violento, ci mostra la Birmingham dei Peaky Blinders alla quale siamo abituati, ma con degli extra. Scene particolarmente estetiche e sequenze mozzafiato compongono bene il film dall’inizio alla fine, persino le scene più semplici diventano delizia per gli occhi.


Il film nella sua narrativa diretta è ben costruito e con una buona ritmica, che lo rende molto scorrevole. Lo spettatore percepisce subito quando una scena sta per scoppiare in violenza e aspetta trepidante di tensione ben ricompensata. L’alternare tra scene violente e scene tragiche o emotive dà un buon bilanciamento al film rendendolo un crescendo dove la rabbia, il dolore e la spietata freddezza si mescolano fino ad arrivare ad un finale dove tutta la tensione accumulata esplode.


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Questo fattore viene rafforzato dalla colonna sonora, dove nella prima parte del film le musiche sono quasi assenti, nella seconda parte aumentano all’aumentare del ritmo del film. 


Le note dolenti


Non è un prodotto perfetto: in diversi momenti qualche dialogo appare a tratti artificioso e troppo esplicativo, ma il film evita comunque di perdere tempo in lunghe reintroduzioni del personaggio di Tommy Shelby. Il salto temporale leviga troppo le sottotrame precedenti in altri, evitando domande su alcune questioni lasciate aperte dalla serie. Per fare degli esempi, sappiamo da fonti storiche che Mosley è in prigione quindi uscito di scena (nonostante molti si sarebbero aspettati un suo ritorno) e che la mafia irlandese americana è scomparsa del tutto, quindi non sappiamo nulla sul finale del personaggio di Anya Taylor-Joy. Ciò vale anche per altre sottotrame che sì, avrebbero forse stonato con la trama principale del film, ma che così lasciano dei punti interrogativi.

The Immortal Man è un film ben scritto, ben diretto ed eccellentemente interpretato, capace di emozionare e di tenere lo spettatore incollato allo schermo. Al centro della narrazione rimane soprattutto il rapporto padre-figlio tra Tommy Shelby ed Erasmus “Duke” Shelby: una diade tesa e speculare che, oltre a reggere buona parte della dimensione emotiva del film, rappresenta il vero cuore del racconto. A sostenere questa dinamica contribuiscono una scenografia visivamente potente, capace di restituire una Birmingham sporca, cupa e violenta come la serie ci aveva abituati, e una colonna sonora che accompagna con intelligenza il ritmo del film, passando da momenti quasi silenziosi a sequenze più intense man mano che la tensione cresce. Non è un’opera priva di difetti. Ci sono dei dialoghi che smorzano ritmo e immersione e delle sottotrame mancanti giustificate dal salto temporale. Riesce comunque a chiudere con coerenza e stile il percorso narrativo iniziato con Peaky Blinders, offrendo probabilmente il finale più solido e soddisfacente che la serie potesse avere.

Voto finale: 8,5 / 10

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