Speciale: Videogiochi, da console a mobile
- Katia Makenna Campagnaro
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min
In questo articolo esploreremo la rivoluzione di portare i grandi giochi da console e PC direttamente sui nostri smartphone. Vedremo cosa spinge le software house verso questa transizione, i vantaggi e soprattutto i requisiti fondamentali che decretano il successo o il fallimento.
Non appena i motori grafici più potenti sono stati implementati sugli smartphone moderni, alcuni dei brand storici del settore videoludico hanno potuto muovere i primi passi anche su questi ecosistemi: il telefono non è più un semplice dispositivo di comunicazione ma può diventare una console portatile.
Infatti, per anni, il mobile gaming è stato considerato una nicchia minore, un passatempo superficiale fatto di piccoli titoli rompicapo o arcade. Oggi assistiamo ad un fenomeno senza precedenti: Call of Duty, Fifa, Pubg sono alcuni dei titoli più famosi che sono passati allo schermo a 6”, non più proposti come versioni pesantemente ridotte o come spin off, ma in versioni integrali.

Per le Software House questa migrazione di massa verso il mobile porta una serie di benefici strategici ed economici senza precedenti. In primis, lo smartphone azzera la difficoltà commerciale, infatti non è più necessario spendere centinaia di euro nell’acquisto di una console o un PC: lo strumento per accedere a mondi virtuali complessi si trova già nelle tasche di milioni di persone.
Succede quindi che anche l’economia si trasforma: il classico acquisto del gioco una tantum (fisico o digitale) da decine di euro diventa un flusso costante di micro transazioni, pass stagionali e contenuti estetici (skin); questo garantisce non solo profitti immediati ma anche una fidelizzazione della community per un tempo maggiore. Infatti, alimentare costantemente lo stesso titolo crea un rapporto molto più intimo e continuativo con il consumatore. Il giocatore immerso in un gioco dove ha investito ore di gioco (e probabilmente denaro), sperimenta una forte riluttanza all’abbandono.
E per l'utente?
Dall’altra parte dello schermo, l’utente ne guadagna in flessibilità e comodità: poter avviare una partita veloce durante un viaggio in treno, durante le pause al lavoro o mentre si attende il proprio turno da qualche parte, spesso mantenendo i progressi e sbloccando elementi condivisi nel profilo dell’eventuale console/PC (cross platform).

Questa filosofia è molto ben rappresentata dai servizi Cloud Gaming come lo streaming di XBOX: sebbene il gioco, in questo caso, non sia installato fisicamente sul dispositivo ma risieda su server, l’esperienza riassume perfettamente il concetto del Play Anywhere. Al gamer, infatti, basta collegare via Bluetooth un controller allo smartphone per giocare a ciò che desidera. Oggi quasi tutti abbiamo uno smartphone di fascia alta, perché non poter usare lo stesso telefono come console? Rappresenterebbe un risparmio enorme.
Tuttavia, il passaggio da una piattaforma all’altra è valido solo a determinate condizioni tecniche o di design: l’adattamento si applica quando si integra all’interfaccia di uno smartphone e non cerca di emulare il gameplay originale. Le sessioni di gioco devono essere snelle, i controlli intuitivi e immediati senza essere invadenti nell’interfaccia di gioco stessa.
Basti guardare il caso del fallimento di Warzone Mobile: l’illusione che basti la potenza di un nome famoso per conquistare il pubblico mette in luce l’errore di valutazione fatto dalla software house. Questi progetti crollano quando si tenta di forzare giochi nati per schermi giganti dentro dispositivi che soffrono di limiti quali il surriscaldamento e il consumo immediato della batteria.
Il futuro del mobile gaming
E se prendesse piede l’idea di un dispositivo ibrido? Negli ambienti tech si parla con insistenza di una vera e propria rivoluzione nel settore hardware. Invece che costringere un normale telefonino a fare i salti mortali per far girare giochi potentissimi, il mercato si sta muovendo nella direzione opposta, creando dispositivi specializzati. Da un lato marchi tradizionali come OnePlus potenziano i loro top di gamma ottimizzando il software per i videogiocatori, dall’altro c’è l'esplosione dei veri e propri Gaming Phone: modelli come Asus ROG o RedMagic stanno trasformando il design e l’ingegneria dei telefoni, diventando di fatto delle piccole console portatili.

Ma cosa comporta questa trasformazione a livello tecnico? La vera sfida non è tanto la potenza pura del processore quanto l’ingegneria interna; per evitare che il telefono diventi rovente e inizi a diminuire la velocità del processore dopo pochi minuti di gioco (il cosiddetto thermal throttling) questi smartphone integrano sistemi di raffreddamento che prima vedevamo solo sui PC, come le camere di vapore o addirittura micro ventole meccaniche interne con tanto di liquido. A questo si aggiungono display a bassa latenza per eliminare ogni minimo ritardo nei comandi visivi e di tocco. Non va dimenticata anche la scocca dove i bordi nascondono sensori a ultrasuoni che funzionano esattamente come i tasti dorsali dei controller. In pratica il telefono smette di essere solo uno schermo da scorrere e diventa una piattaforma da gaming a tutti gli effetti.
Il tempismo, d’altronde, è perfetto: la recente affermazione di Sony di voler rimuovere il disco fisico dalle prossime console, segna il via ad un mercato totalmente digitale; la necessità di una console prettamente ancorata al televisore di casa non sembra più così essenziale.


