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Recensione Mouse: P.I. For Hire, una gradevole avventura tra topi, investigazioni e Noir

Mouse: P.I. For Hire, FPS ispirato alle animazioni degli anni Trenta, sa colpire a primo sguardo. Come se la caverà però nella sua versione definitiva?

Quando Mouse: P.I. For Hire è stato mostrato per la prima volta, in molti hanno pensato di trovarsi davanti a un titolo vicino all’immaginario della The Walt Disney Company. L’impatto visivo, infatti, richiamava chiaramente i primi cortometraggi animati del colosso americano. È bastato però poco per capire che la realtà era ben diversa: dietro quell’estetica vintage si nascondeva uno shooter in prima persona, rendendo immediatamente improbabile qualsiasi collegamento diretto. Proprio questo contrasto ha rappresentato il primo vero punto di forza del progetto. Da un lato, abbiamo uno stile grafico che richiama i cartoni animati degli anni ’30, con evidenti influenze di opere come Steamboat Willie; dall’altro, un’anima decisamente più adulta, legata a un genere – quello degli FPS – fatto di azione, ritmo e violenza.


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È in questa dualità che il gioco costruisce il suo fascino: un incontro tra il “bambino interiore”, attratto da un’estetica familiare e quasi nostalgica, e una componente più matura, che si ritrova a confrontarsi con toni noir e dinamiche di gioco più crude. Questo connubio insolito, quasi un azzardo, riesce a catturare l’attenzione proprio per la sua natura ibrida. Il risultato è uno “strano matrimonio” tra elementi apparentemente inconciliabili: la leggerezza visiva dei cartoni animati d’epoca e un sottotesto più oscuro, fatto di mistero, violenza e atmosfere noir. Si tratta di una scelta stilistica che non solo incuriosisce, ma contribuisce a definire fin da subito l’identità di Mouse: P.I. For Hire, distinguendolo nel panorama degli sparatutto contemporanei.


Il titolo, sviluppato dalla polacca Fumi Games e pubblicato dall’australiana PlaySide Studios, adotta il caratteristico stile rubber house, un’estetica ispirata ai cartoni animati degli anni ’30 che, pur non essendo protetta da copyright, richiama immediatamente l’immaginario legato ai primi personaggi della The Walt Disney Company. Il risultato è un’esperienza visivamente comica e leggera, almeno in apparenza, che però si intreccia con toni decisamente più maturi.


Sotto questa superficie stilizzata si nasconde un gameplay che combina meccaniche da FPS con alcuni spunti investigativi, creando un contrasto interessante tra forma e contenuto.


Quando il gioco si fa duro, i topi iniziano a giocare


Il gioco è ambientato nella città di Mouseburg nel 1934, in un mondo segnato da una guerra nel Vecchio Mondo, scoppiata a seguito di un evento noto come “The Quite Big Affair”. La metropoli è abitata principalmente da topi antropomorfi, insieme ad altre specie di roditori come ratti e toporagni, questi ultimi considerati socialmente inferiori a causa della loro statura. In passato, i toporagni possedevano anche una propria città, Shrewthicket, ma le crescenti tensioni sociali hanno portato alla sua distruzione, lasciando dietro di sé un clima di forte instabilità. Mouseburg si presenta così come una città cupa, dominata da corruzione e criminalità, in pieno stile noir.


In questo contesto si inserisce il protagonista, Jack Pepper, un veterano di guerra che ha aperto la propria agenzia investigativa nel cuore della città. La sua figura incarna perfettamente l’archetipo del detective duro e disilluso, perfettamente in linea sia con l’ambientazione noir sia con le dinamiche da FPS.


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Uno stile grafico Noir che subito risalta l'occhio

Come ogni noir che si rispetti, il mondo di gioco è popolato da personaggi ambigui: attori scomparsi, poliziotti corrotti e un linguaggio ruvido, lontano da qualsiasi idealizzazione. L’atmosfera restituisce una società sporca e decadente, in cui la vita quotidiana è segnata da tensioni costanti e un senso generale di disillusione, in perfetto stile anni ’30. Sarà proprio Jack Pepper a muoversi all’interno di questo scenario degradato, cercando di ricomporre i pezzi e risolvere i misteri che avvolgono Mouseburg, tra indagini, scontri a fuoco e una costante sensazione di degrado morale.


Tale premessa narrativa è solida e rappresenta uno dei punti di forza del titolo, soprattutto nelle fasi iniziali, dove la scrittura raggiunge i suoi momenti migliori. Con il proseguire dell’esperienza, il ritmo tende leggermente a indebolirsi, pur mantenendo un livello complessivo affascinante e coerente con l’atmosfera generale.


Jack Pepper come Duke Nukem?


La visuale in prima persona è quella tipica degli FPS e accompagna Jack Pepper nel suo percorso tra i vicoli di una città distopica che richiama una versione decadente della New York degli anni ’30, tra corruzione, proibizionismo e criminalità organizzata. Attraverso i casi investigativi, il protagonista viene incaricato di raccogliere prove e infiltrarsi nei luoghi più pericolosi della città, dove spesso la soluzione più immediata è farsi strada a pugni e con le armi raccolte e potenziate nel corso dell’avventura.


Il gameplay richiama chiaramente i primi DOOM, pur introducendo alcune variazioni tematiche: al posto dei classici medikit troviamo pozioni ed elementi come il formaggio, mentre il caffè assume il ruolo di power-up simbolico e funzionale, perfettamente coerente con l’immaginario noir del gioco. Questo elemento contribuisce a restituire quella sensazione tipica dei FPS anni ’90, in cui la raccolta dei potenziamenti rappresentava un piccolo momento di gratificazione immediata.


Già dal menù iniziale è possibile selezionare la difficoltà, lasciando al giocatore la libertà di affrontare un’esperienza più impegnativa o più accessibile. Va però sottolineato come, anche ai livelli più bassi, il titolo mantenga una certa sfida di fondo, in linea con la tradizione degli FPS classici.


Le armi seguono un’evoluzione piuttosto standard ma funzionale: si parte dai semplici pugni per poi passare a pistole, fucili a pompa e armi più particolari come quelle a vernice bianca, in grado di indebolire i nemici, fino alle classiche dinamiti, utilizzate come granate.


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Scolorare i nemici può essere molto divertente

Le armi e le munizioni si ottengono sia dai nemici, sia esplorando le ambientazioni e scovando stanze segrete. Il sistema di selezione delle armi è affidato a una ruota rapida: su console, ad esempio su PlayStation 5, viene richiamata tramite comando e consente di passare velocemente da un’arma all’altra.


Tuttavia, nonostante la varietà dell’arsenale, gli scontri ordinari non riescono sempre a sorprendere: la varietà dei nemici risulta limitata e tende a diventare ripetitiva nel lungo periodo. Decisamente più interessanti risultano invece le boss fight, che offrono un ritmo più vario e uno scontro più strutturato, risultando tra i momenti più riusciti dell’esperienza.


Anche l’esplorazione non rappresenta il punto di forza del titolo: nella maggior parte dei casi si tratta di livelli lineari, con alcune stanze segrete accessibili tramite un sistema di scassinamento basato su un semplice minigioco di precisione, che però tende a perdere rapidamente freschezza. Durante l’avventura è possibile raccogliere prove investigative, che tuttavia si limitano principalmente a una fase di catalogazione all’interno dell’ufficio di Jack, senza incidere in modo profondo sul gameplay. Infine, Jack può sbloccare diverse abilità nel corso della progressione, come doppio salto, utilizzo della corda o capacità di sospensione. Si tratta però di potenziamenti pensati quasi esclusivamente per l’esplorazione, senza un reale impatto sul sistema di combattimento.


Nel complesso, lo shooting risulta solido e funzionale, ma non abbastanza distintivo da emergere davvero nel panorama degli FPS. Il divertimento non manca, soprattutto nelle situazioni più caotiche o quando l’ambiente diventa distruttibile, ma il punto di forza del gioco resta un altro.


C'è vita nel ghetto


Nel quartiere dove si trova l’agenzia investigativa di Jack Pepper è presente anche un bar che introduce una delle attività secondarie più particolari del gioco: un minigioco di carte che simula una partita di baseball. Attraverso carte di attacco, difesa e power-up, il giocatore può affrontare vere e proprie sfide strategiche, scommettendo ogni volta 50 monete per partecipare. Questa è un’idea curiosa, che aggiunge varietà ma resta chiaramente marginale rispetto all’esperienza principale.


Sempre nel quartiere è disponibile un negozio dove è possibile acquistare munizioni, carte per il minigioco e soprattutto potenziare le armi. Questi miglioramenti si sbloccano grazie a progetti sparsi durante l’esplorazione, incentivando così la ricerca e la progressione. Il gioco include anche missioni secondarie che permettono di tornare in aree già visitate, ampliando leggermente la durata complessiva e offrendo qualche attività aggiuntiva rispetto alla sola campagna principale.


All’interno dell’ufficio di Pepper si svolge invece una parte più “investigativa” dell’esperienza: le prove raccolte durante le missioni vengono catalogate per avanzare nella storia e sbloccare i livelli successivi.


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La fase investigativa, che tanto investigativa non è!

Tuttavia, questa fase risulta piuttosto semplice e automatizzata, più una formalità che un vero momento di gameplay. Si tratta infatti di una procedura piuttosto standardizzata, che rappresenta una delle occasioni mancate del titolo. L’aggiunta di sezioni investigative più interattive e strutturate avrebbe potuto arricchire sensibilmente l’esperienza, dando maggiore profondità al ruolo da detective di Jack Pepper.


Comparto visivo e audio


Il punto di forza principale del titolo è senza dubbio il comparto visivo. Lo stile noir a fumetti riproduce con grande precisione l’atmosfera dell’ambientazione, restituendo una versione di New York fortemente stilizzata ma estremamente coerente. La città è un vero e proprio gioiello estetico: strade, edifici e scorci urbani sembrano usciti direttamente da un fumetto animato, riuscendo a catapultare il giocatore in un mondo visivamente distintivo e curato.


Anche la caratterizzazione dei personaggi è particolarmente riuscita. Ogni figura è costruita con un’identità visiva ben definita, che si sposa efficacemente con il tono dei dialoghi e con il ruolo narrativo che ricopre all’interno della storia. Il comparto audio rappresenta un altro elemento di grande valore. Le musiche sono coinvolgenti e perfettamente in linea con l’atmosfera noir del gioco, contribuendo in modo significativo all’immersione.


Un ulteriore punto di forza è il doppiaggio del protagonista Jack Pepper, affidato a Troy Baker. La sua interpretazione si integra perfettamente con il personaggio: la voce ruvida e carismatica dell’attore valorizza la figura del veterano di guerra duro e disilluso, chiamato a riportare ordine in una società segnata da corruzione e tensioni sociali. Questa scelta di casting è particolarmente azzeccata e rafforza ulteriormente l’identità del protagonista.


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Il punto forte è sicuramente lo stile grafico del titolo che richiama i fumetti degli anni '30

Un progetto che non delude, ma che non stupisce


Mouse: P.I. For Hire è il progetto di una piccola software house polacca e, di conseguenza, non si presenta come un titolo di grande scala produttiva. Nonostante ciò, grazie al suo stile noir distintivo, è riuscito a catturare una certa attenzione all’interno del panorama videoludico, posizionandosi come un progetto di nicchia ma comunque osservato con interesse.


Come era lecito aspettarsi, non ci troviamo davanti a un’opera pensata per rivoluzionare il genere. Il gioco mette infatti molta carne al fuoco, senza però riuscire sempre a portarla a una piena “cottura”. Il risultato è un’esperienza generalmente gradevole: il gameplay, anche nelle sue fasi più ripetitive legate allo shooting, resta solido e divertente, pur senza riuscire mai a sorprendere davvero o a trasmettere un vero senso di novità. Alcune scelte, come la gestione delle sezioni investigative nell’ufficio di Jack, risultano eccessivamente semplificate e automatizzate, quando avrebbero potuto beneficiare di un coinvolgimento più diretto del giocatore, magari attraverso un sistema di collegamento attivo delle prove.


Il titolo rimane quindi un’esperienza coerente con la dimensione dello studio che lo ha sviluppato: un prodotto gradevole, ben realizzato nel suo insieme, ma che non osa particolarmente sul piano delle meccaniche. A sostenere l’esperienza ci pensano però diversi elementi riusciti, come lo stile grafico fortemente identitario, una scrittura non banale, il doppiaggio di grande impatto e alcune sezioni più riuscite, come le boss fight, decisamente più incisive rispetto agli scontri ordinari.


In definitiva, Mouse: P.I. For Hire non delude, ma nemmeno innova realmente il genere FPS, se non sul piano estetico e stilistico. È un titolo che funziona, intrattiene e mostra personalità, pur rimanendo saldamente ancorato ai limiti di un progetto che preferisce consolidare la propria identità visiva piuttosto che spingersi oltre nelle meccaniche.


Verdetto Finale

PRO

CONTRO

  • Comparto visivo e audio sublime

  • Stile Noir decisamente intrigante

  • Doppiaggio di Troy Baker che si sposa bene all'opera

  • Boss battle interessanti

  • Ripetitivo in alcune fasi

  • Nemici che si differenziano poco

  • Sezioni investigative assistite e per nulla coinvolgenti


Mouse: P.I. For Hire è uno FPS in stile noir interessante e solido, perfettamente in linea con la dimensione del progetto da cui nasce. I suoi punti di forza risiedono soprattutto in un comparto visivo e sonoro ben realizzato, capaci di sostenere l’esperienza e darle una forte identità, accompagnati da alcuni spunti di gameplay riusciti. Le meccaniche da FPS funzionano e non annoiano quasi mai, pur rimanendo ancorate a una struttura piuttosto classica: il gioco intrattiene con costanza, ma raramente riesce a stupire o a eccellere davvero. Nonostante questo, mantiene un buon equilibrio generale, evitando cali significativi e offrendo un’esperienza complessivamente piacevole.


Voto Finale: 7.5 / 10

Si ringrazia Keymailer per averci fornito la chiave di gioco.


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